dic 15

PHETCHABURI VIA BANGKOK

Adoro le strade affollate di Bangkok all’ora di pranzo. L’odore di asfalto rovente copre ogni cosa, persino a Chinatown si respira aria di libertà, in mezzo ad un fiume di persone impazzite, turisti in balia dei tuk tuk e motorini pilotati da mancati Valentino Rossi. Il flusso del traffico è continuo ed omogeneo, ogni piccolo spazio vuoto viene rapidamente occupato e liberato di nuovo. Paradossalmente, mi sento molto più a mio agio qui che non in Cambogia, dove se non altro le strade sono ben asfaltate e, pare, vi sia una particolare cortesia riservata ai ciclisti, o forse soltanto ai turisti. Cinquanta chilometri in sella, sopra e sotto i cavalcavia, aspettando il verde del semaforo col cuore che martella nel petto. Il navigatore è un valido aiuto, ma alle volte canna in pieno: mi ritrovo in mezzo a vicoli ciechi, o costretto a caricarmi la bici ed i bagagli sulle braccia per attraversare ponti per pedoni, a fare pure un retrofront quando, per attraversare un quartiere, mi suggerisce di passare attraverso (credo) un cimitero. Alla fine sbocco, un po’ per caso, davanti ad un enorme centro commerciale. Ne approfitto per una pausa da Starbucks, per recuperare energie e consultare internet (non disponibile!). Ricomincio il lungo, affannoso, giro per la città, finché m’imbatto in una zona assolutamente turistica che già conosco. Il traffico è minore, bazzicano praticamente solo europei ed americani. Trovo un tattoo artist con i controcazzi, l’insegna alla porta parla chiaro: “i tatuaggi economici non sono buoni, i tatuaggi buoni non sono economici“. Mi convinco che sia quello giusto prima ancora di vedere i suoi lavori. Che effettivamente sono pazzeschi. Fisso un appuntamento per il 21, il giorno prima del rientro in patria, nel frattempo discuto del soggetto e delle modifiche. Con 10000 Baht mi accaparro il mio primo tatuaggio sopra la cintura: un po’ di old school, un po’ di new school, colorato e super pop, come il mio modo d’essere, ma vagamente melanconico e cupo, così com’è la mia parte più interiore (ed a cui non riesco a dare una connotazione negativa).

Torno alla stazione dei treni e mi preparo alla prossima destinazione, la poco conosciuta Phetchaburi, tappa intermedia del tour che mi porterà alle spiagge di Hua Hin. Alla White Monkey Guesthouse ritrovo Giulia, nel dopocena, per una birra nell’unico bar aperto del paesino.. sono le 10 di sera. Dei thailandesi seduti accanto a noi, studenti, ci chiedono se possono farci una foto. Evidentemente l’uomo bianco non era ancora passato di qui… forse ci hanno scambiati per famosi divi di Hollywood, o più probabilmente per i mentecatti quali siamo.

 

Il giorno successivo è fatto di vuote passeggiate per le poche attrazioni del paese, un giro al mercato del mattino (dove non riusciamo a trovare un solo fottuto banco di frutta fresca), una complicata conversazione con la receptionist della guesthouse che non parla inglese e che ci vede costretti a parlare a gesti ed a disegnini (ed a Pictionary sono una mera merda!), ma alla fine tutto più o meno si sistema. Il pomeriggio lo passiamo seduti, vessati prima dalle mosche, poi dalle zanzare, a parlare del più e del meno. E mentre la bocca parla, la mente vaga altrove, e mentre le orecchie ascoltano, il cuore sprofonda in un abisso di tenebrosa malinconia. Cerchiamo di districare la complessa filosofia di Osho, chiedendoci se sia possibile veramente vivere quieora, e come fare a lasciare confinati, o meglio far sparire, gli affanni di ieri e le preoccupazioni per il domani.

Penso al viaggio, al suo lento progredire, alla sua crescita unita alla mia. Agli incontri, gli scontri e le coincidenze che mi hanno fatto allacciare i rapporti, seppur effimeri, con completi estranei. Al valore del condividere: un sorriso, una scatola di dolci od un merdoso posto a sedere in mezzo alle lamiere del treno.

Dopo un sonno durato fin troppo, gli occhi si riaprono lentamente. Affranto, cerco ancora “quei cinque minuti”, per avere la possibilità di ritornare, almeno con un piede, dentro al magnifico sogno entro cui mi stavo cullando. Un sogno che profuma di ricordi ma che sorride al futuro. Un sogno che in fondo, so essere solo un sogno. E presto o tardi capiterò davanti allo specchio, e guardandomi negli occhi, semplicemente lo saprò, che il tempo delle stronzate è giunto al termine.

Processed with VSCOcam with m5 preset

About the Author:


Leave a Comment!

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *