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LINEA DI CONFINE

Quella piccola linea di confine che porta il nome di Poipet è un polveroso incubo estivo. Le strade sono colme di sciami di turisti spaesati, lavoratori affannati, braccianti agricoli madidi di sudore che portano carri sgangherati e pesantissimi. L’aria umida è satura di odori sgradevoli, un misto di smog, urina e cibo andato a male. Una cacofonia di urla e clacson ottunde il cervello, già fiaccato dal caldo sole battente. Mi ritrovo in una fila disordinata, lunga e appiccicosa, ad aspettare pazientemente il mio turno. Un’irregolarità nel passaporto, e finisco davanti ad un ufficiale, nel suo ufficio, soli: avrà una cinquantina d’anni, negli occhi leggo l’espressione svogliata di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. Esamina il passaporto consegnatogli dalla guardia, poi ostentando un buon inglese esordisce “oh oh, ora sono guai” e mi aspetto veramente il peggio. Quando scopro che è solo una piccola multa, sborso volentieri venti dollari, tirando un sospiro di sollievo. Mentre compilo alcune scartoffie, la mia mano non vuole smettere di tremare.

Passato il check-point cambogiano, un’altra fila insopportabilmente lunga e ripiegata come un serpente, è pronta ad attendermi: nelle quasi due ore passate all’interno di quell’intestino, faccio amicizia con due inglesi straordinariamente educati, un attempato americano, completamente ubriaco, ed un ragazzotto australiano dai modi esageratamente volgari, che vuole esser simpatico a tutti i costi: delle sue battute, perdo metà delle parole, in quel suo inglese strascicato e incomprensibile.

Infine sono di nuovo in Thailandia. E’ tardissimo. L’ultimo treno per Bangkok partirà alle 13:55, sono le 13:40: mi separano 7km di strada. Parto come un proiettile, boccheggiante già dopo poche centinaia di metri, costretto a respirare il polverone sollevato dai camion che mi sfrecciano accanto. Arrivo in stazione, il treno suona: sta per partire. Mi lancio verso l’ultimo vagone, rischiando di travolgere dei bambini. Chiamo un farang (straniero, per i tailandesi) attraverso il finestrino, facendomi aiutare ad issare la bici a bordo. Salgo al volo anche io, col treno già in movimento. Il vagone è straordinariamente vuoto, così prendo posto accanto ad un altro ciclista, con il quale faccio amicizia e trascorro l’intero viaggio. Alterniamo ricche chiacchierate a lunghi silenzi, perdendoci nel volo degli uccelli d’acqua e nei paesaggi incontaminati dell’Isaan.

La stazione di Bangkok è quella dell’altra volta, ma questo giro arrivo ad un orario accettabile, risparmiandomi le masse di senzatetto assiepate a ridosso delle entrate. Ormai conosco la strada a memoria, così non accendo il gps. Dopo venti minuti di vagare, capisco di essermi perso. Il mio senso dell’orientamento fa veramente cagare. Ceno in un baracchino ambulante, scoprendo l’assoluta bontà della sua cucina. 80 baht di pura meraviglia. Al 7eleven accanto faccio poi incetta di puttanate: latte alla fragola, latte al cioccolato, marmellate, m&m’s, biscotti di ogni forma, colore e sapore. Ho bisogno di zuccheri, ho bisogno di coccole.

Quindi sono in albergo. La stanza misura, forse, 3×2, ma se non altro è pulita e climatizzata. Ancora non ho idee certe di dove sarò domani, ma senz’altro farò un piccolo giro per Bangkok a caccia di un tatuatore decente. Affogo la noia e la stanchezza nel cioccolato, guardando in streaming una puntata tristissima di Scrubs (avete letto bene!).

Prima di coricarmi, mi concedo un pezzettino di Shantaram, assaporando la dolceamara storia di Linbaba e di Karla, iniziando a fantasticare, arrovellandomi dietro a scevre fantasie adolescenziali. Oggi gira così.

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